Il cambiamento climatico e la necessità di decentrare la prospettiva. Voci e storie dal Senegal

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Il cambiamento climatico e la necessità di decentrare la prospettiva. Voci e storie dal Senegal

Cosa lega i recenti nubifragi in Germania, le ondate di calore e gli incendi forestali in Italia, la desertificazione che avanza dal Sahel, la penuria di pesce negli oceani, le piroghe verso le Canarie e i naufragi nel Mediterraneo? Fenomeni diversi eppure correlati, sintomi di un cambiamento più grande, che troppo spesso riduciamo a climatico, e che fa sentire i suoi effetti a livello locale ovunque nel mondo. Per rendersene conto occorre decentrare la prospettiva, noi proviamo a farlo con Elena Giacomelli, Elisa Magnani, Pierluigi Musarò e Sarah Walker dell’Università di Bologna e questo loro approfondimento in due puntate dal Senegal.

Tra gli anni ‘70 e ‘80, tutto il Sahel è stato colpito da una terribile siccità, spingendo la popolazione rurale che viveva all’interno del Senegal a spostarsi verso le aree costiere, dove l’umidità dell’aria sembrava continuare a supportare l’agricoltura di sussistenza. Tuttavia, l’aumento della pressione demografica sulle coste portò a un eccessivo sfruttamento del suolo e della falda freatica che alimentava l’area fertile che abbracciava tutta la costa senegalese, dal Capo Verde fino a Saint Louis – Niayes – trasformando una terra precedentemente fertile e abbondante in un territorio afflitto dalla siccità e dalla fame. Gli alberi che popolavano un tempo la grande foresta costiera iniziarono a seccarsi, e quelli che restavano venivano abbattuti dalla crescente popolazione di questa zona, per soddisfare il proprio fabbisogno di legname per cucinare o per costruire imbarcazioni. Così, mentre le condizioni climatiche divenivano sempre più difficili anche per l’agricoltura, a fronte di un mancato investimento nell’aggiornamento tecnologico, la scomparsa degli alberi esponeva le coste a un’erosione marina incontenibile. Questo sovrasfruttamento delle aree costiere, sia nella loro componente terrestre che marina – la pressione demografica costiera ha significato, infatti, anche un’intensificazione della pressione sulle risorse ittiche – ha portato a un progressivo depauperamento delle risorse naturali di un’area un tempo fertile, ricca e abbondante.

Nei Niayes a nord di Dakar si trova il Lago Rosa, che negli anni ‘70 e ‘80 rappresentava un importante bacino di attrazione per le migrazioni interne, richiamando lavoratori che aspiravano ad entrare nell’industria del sale o nel settore turistico, essendo il lago un elemento di interesse naturalistico, ma anche, a partire dal 1979, internazionalmente rinomato per l’arrivo della famosa corsa Parigi-Dakar.

Madame Mbaye, una bella signora vestita di un giallo solare, tenendo d’occhio il bimbetto che le sgambetta attorno, ricorda di avere iniziato a lavorare qui all’inizio degli anni ’80, e di avere incontrato qui suo marito.

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Spiaggia di Thiaroye-sur-mer, un villaggio di pescatori a Est di Dakar, Senegal. Foto di Elena Giacomelli.

Nelle parole di Feugudjaay la sua busta non rimaneva mai vuota grazie alle grandi quantità di pesce presenti nell’oceano, riempita quindi praticando il lavoro che più amava. Nei gloriosi anni ‘80 l’oceano al largo delle coste senegalesi era pieno di pesci. Pesci di qualsiasi tipo e qualsiasi dimensione: tonni, salmoni, razze, sardine, sgombri e merluzzi. Il Senegal aveva i mari più ricchi dell’intera Africa occidentale. La qualità dell’ambiente marino ne garantiva la biodiversità e la pesca tradizionale senegalese ne garantiva il rispetto e la riproduzione. I pescatori uscivano con le loro piroghe la mattina e tornavano nel primo pomeriggio. Andavano a pescare a poche miglia dalla riva, non serviva rischiare e navigare in alto mare per recuperare e superare il fabbisogno personale e familiare, trasformarlo attraverso i processi dell’essiccazione o salinizzazione e venderlo nei mercati locali.

Feugudjaay di Gendal (Dakar) racconta questo passato mitico con aria sognante. “Io, per esempio, prima facevo 20 o 10 milioni di CFA al giorno (30/40 euro), ma ora sono rimasto squattrinato. Ora il mare è completamente impoverito delle sue risorse ittiche. E i pescatori devono spingersi a chilometri e chilometri di distanza dalla costa per pescare, mentre prima non era così”. Feugudjaay è ormai in pensione e per tutta la sua vita ha fatto il pescatore. Malgrado la ricchezza delle acque costiere senegalesi rimanga, la produttività delle battute di pesca è costantemente diminuita in questi ultimi anni.

La pesca rimane la prima fonte di occupazione del paese: secondo USAID, il settore offre opportunità di lavoro ad una persona senegalese su sei. Non solo le decine di migliaia di pescatori locali e le loro piroghe, ma anche tutte le donne che si occupano del processo di trasformazione e vendono nei mercati cittadini, così come le persone coinvolte indirettamente, come quelle che lavorano per l’industria del ghiaccio e i trasporti per le consegne nell’entroterra o attraversando i confini, verso l’estero.

Lo sguardo fiero ma triste, Feugudjaay denuncia che “i pescatori hanno il morale a terra perché il mare è ormai svuotato dai pesci. Prima si guadagnavano da vivere con il loro lavoro perché c’erano abbastanza risorse. Ma da quando siamo assediati da imbarcazioni straniere con una capacità di pesca enorme […] la loro capacità di saccheggiare le nostre risorse contribuisce all’impoverimento dei nostri pescatori”.

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In copertina: Lago Rosa. Foto di Curioso Photography via Unsplash.

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